Torna alla bachecaJosé María Giménez: “Mi hanno diagnosticato l’ADHD da poco; anche mio figlio”
Notizie🇪🇸 LaLiga8 gg fa · 19 settembre 2026

José María Giménez: “Mi hanno diagnosticato l’ADHD da poco; anche mio figlio”

José María Giménez ha detto in un’intervista alla Mutual Uruguaya de Futbolistas che soffre di ADHD e che la diagnosi è arrivata anche a suo figlio (8 anni).

José María Giménez ha parlato con la Mutual Uruguaya de Futbolistas raccontando un aspetto molto personale: dice di avere ADHD e che la diagnosi è arrivata da poco. Come ha spiegato, “me lo hanno diagnosticato da poco” e sostiene che da allora “tutto è costato molto di più”, soprattutto “per il tema del comportamento”. Secondo il suo racconto, a livello scolastico se la cavava relativamente bene, ma sul piano della condotta “era un problema” e chiede anche scusa alle insegnanti che gli erano vicine in quel periodo.

La sua storia a scuola

Giménez ha descritto come lo hanno aiutato in classe e ha riservato grande affetto alle professoresse, citando soprattutto “Mariela”. Ha ricordato che gli assegnavano due quaderni: uno con i compiti normali della lezione segnati alla lavagna e un altro con attività extra. Lui finiva il primo, lo consegnava per la correzione e poi passava al secondo, riuscendo così a restare sul ritmo.

Il caso anche in famiglia

Nel racconto c’è anche sua storia come padre. “Ho un figlio con ADHD”, ha detto, spiegando che “lo hanno scoperto anche insieme a me” e che il bambino ha otto anni. Giménez ha aggiunto che, sapendo che può essere ereditario, “mi metto a piangere”: secondo lui, prima non capiva perché il figlio non reagisse come pensava, convinto che fosse mancanza di rispetto. Ora dice che la chiave era la sua testa che “funzionava così”. Quando ha parlato con lui, gli ha trasmesso che “dobbiamo prendere una pillola ogni mattina” e che la priorità è imparare a concentrarsi e stare tranquilli.

Studiare, anche da calciatore

Nell’intervista Giménez ha anche difeso il valore dello studio per la vita e per il calcio: sostiene che imparare aiuta a prendere decisioni migliori in campo e a ragionare più lucidamente nelle situazioni di gioco, sia dentro sia fuori dal campo. Ha inoltre insistito su un messaggio per i più giovani: vede troppi casi in cui, a 11 o 12 anni, si fanno firmare contratti ai ragazzi troppo presto, prima della maturità mentale, e crede che studiare serva per il futuro.

Fonte: Sport.

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